Lunedì, 24 Gennaio 2011 11:12

Perché dico “sì” alla Città del Piave

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Al di là della forma che essa potrebbe assumere, vale a dire “fusione di comuni”, “unione di comuni” o esercizio associato di alcune funzioni, la “Città del Piave” è innanzitutto una mentalità ed esprime la capacità di pensare il territorio nel suo insieme e non come sommatoria di entità distinte (i singoli comuni).

Questa affermazione parte dalla consapevolezza che spesso, per i problemi dei cittadini che abitano il territorio sandonatese, le soluzioni non sono alla portata delle limitate risorse dei singoli comuni bensì devono essere oggetto di una valutazione e di una soluzione che coinvolge l’intero territorio.

Alcuni esempi possono aiutare a comprendere meglio la questione:

  • Edilizia residenziale e produttiva: la sofferenza del comparto perdura da alcuni anni e non sembra vicina la fine della crisi. Per far ripartire l’economia locale, ogni amministrazione si sta adoperando per incentivare la ripresa. Ma come fa ogni Comune a mettere a punto una politica residenziale senza sapere e/o concertare le proprie azioni con quelle dei comuni vicini? Solo a San Donà si calcolano ancora da mille a duemila unità abitative vuote, invendute; nonostante ciò una nuova lottizzazione da 30.000 metri quadri è appena stata approvata: che cosa accadrebbe se ogni Comune facesse altrettanto? Non sarebbe meglio, come avvenne dieci anni fa con la predisposizione del “Piano d’Area del Sandonatese”, pensare con “visione d’insieme” a come distribuire sull’intero territorio l’edilizia residenziale, quella produttiva, quella commerciale? In dieci anni molte cose sono cambiate e questo rende necessaria una nuova progettualità. Non sarebbe meglio che, prima di queste scelte, si valutasse bene se vi sono e quali sono le necessità di partenza?
  • Altro esempio: nel programma di mandato dell’attuale amministrazione di San Donà c’è l’apertura di una nuova piscina. Risulta che Musile abbia intenzione di fare altrettanto. Con le ristrettezze economiche di cui oggi soffrono i comuni e stante le significative riduzioni di trasferimenti dagli organi centrali, è praticamente certo che nessuno dei due riuscirà a realizzare quest’opera da solo. Allora: perché non riunire le forze e le risorse per realizzarne una insieme? È chiaro che uno dei due comuni dovrà rinunciare ad avere la piscina nel proprio territorio ma stiamo comunque parlando di distanze ridotte, non di decine di chilometri!
  • Ultimo esempio, di recente attualità: il Piano Urbano del Traffico di prossima approvazione a San Donà: considerando che  molti residenti di San Donà lavorano a Musile e viceversa e che, quindi, più volte al giorno attraversano i due territori, come si può pensare di risolvere il problema del traffico sul Ponte della Vittoria senza che gli amministratori di Musile e San Donà studino e trovino una soluzione comune ad un problema comune?

Si tratta solo di tre esempi, molti altri se ne potrebbero fare relativamente al teatro, agli asili, alle scuole…

Questi esempi stanno a dire che le attuali amministrazioni non dimostrano una capacità di pensare allo sviluppo del territorio nel suo insieme e non dimostrano di comprendere che i benefici per il proprio comune dipendono anche dalle scelte fatte dai comuni confinanti. In altre parole: siamo ancora alla politica del proprio orticello. Per superare questa frammentarietà, l’unica soluzione è quella di mettere gli amministratori intorno allo stesso tavolo, studiare con competenza i problemi, cercare delle soluzioni, magari imparando da esperienze simili di successo.

Il periodo che stiamo vivendo offre interessanti opportunità, a partire dal percorso che tutte le amministrazioni stanno compiendo per redigere il “Piano di Assetto del Territorio” (PAT): si tratta dello strumento urbanistico che sostituirà il Piano Regolatore di ogni Comune. Descrive l’idea di sviluppo del nostro territorio, sulla base delle sue caratteristiche, dei suoi limiti, delle sue potenzialità. Coerentemente con quanto sopra descritto: perché non pensarlo assieme agli altri? Perché, cioè, non evitare inutili replicazioni di servizi o opere pubbliche o private a favore di scelte che privilegino l’efficienza?

La questione, poi, su chi dovrebbe far parte della “Città del Piave”, se cioè solo San Donà e Musile piuttosto che anche Noventa e Fossalta oppure anche altri comuni confinanti diventa secondaria rispetto alla priorità di volersi comunque confrontare, con un numero di interlocutori che può esser variabile in funzione dei temi che si considerano. Per talune tematiche, anche la dimensione dei 4 comuni in riva al Piave potrebbe essere insufficiente. Si pensi, ad esempio, al tema della sanità: come si può pensare di venirne a capo senza coinvolgere nella discussione il portogruarese e i comuni della costa? Oppure: per le attività produttive: non è forse una questione che investe, come dimensione minima, almeno il Veneto Orientale? È mai possibile che dobbiamo continuare ad assistere a saccheggi di territorio (e sto parlando di centinaia di ettari negli ultimi anni) perché ogni comune vuole la propria zona artigianale? Sino ad arrivare all’assurdità di una indicazione stradale, collocata da pochi giorni e visibile poco oltre Cittanova, che riporta “Zona industriale di Stretti”! Chiaramente l’assurdità non è il segnale, bensì ciò che “indica”. E siamo a pochi chilometri da San Donà, Ceggia e Torre di Mosto che negli ultimi anni hanno sottratto molto territorio agricolo per realizzare queste aree.

A mio avviso questi sono i principali motivi che giustificano e rendono necessario l’avvio di forme di confronto per arrivare a scelte condivise tra tutti i comuni del sandonatese, nelle forme e nei modi che saranno di volta in volta ritenuti più utili rispetto agli obiettivi che si vogliono raggiungere e alle convenienze che si possono sfruttare, come recita, ad esempio, il Testo Unico degli Enti Locali (Art. 15): “Al fine di favorire la fusione dei comuni, oltre ai contributi della regione, lo Stato eroga, per i dieci anni successivi alla fusione stessa, appositi contributi straordinari commisurati ad una quota dei trasferimenti spettanti ai singoli comuni che si fondono”.

In ogni caso, questo vantaggio, come pure quello di “riduzione dei costi della politica” di cui molti parlano (un sindaco al posto di quattro, 6 assessori al posto di venti, un consiglio comunale invece di quattro…), è secondario rispetto alla possibilità di offrire migliori servizi ai cittadini a seguito di una razionalizzazione degli uffici, si pensi solo all’aspetto della gestione della sicurezza sul territorio oppure dei servizi sociali.

Senza dimenticare, purtroppo, che i sempre maggiori tagli ai trasferimenti dallo Stato ai Comuni si tradurranno inevitabilmente in un peggioramento dei servizi che solo in un’ottica di sinergia tra amministrazioni sarà possibile contrastare per arrivare non tanto ad avere più servizi con le stesse risorse (umane, economiche, strumentali…) ma gli stessi servizi di cui ora disponiamo con risorse rese inferiori dalle attuali scelte di governo.

Andrea Cereser
Consigliere comunale, PD San Donà di Piave

Letto 23044 volte Ultima modifica il Lunedì, 21 Febbraio 2011 11:28
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